NIETZSCHE. CONTRO MODERNITÀ di Gianluca Conte (Catartica Edizioni)

Care amiche, cari amici, è uscito il saggio breve Nietzsche. Contro la modernità di Gianluca Conte (Catartica Edizioni). Un lavoro, snello, dinamico, fluido, pensato soprattutto per le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori e per le lettrici e i lettori che volessero accostarsi alla figura di questo pensatore fuori dagli schemi; nonché per i docenti che volessero munire i propri alunni di un sussidio, seppur, com’è ovvio, non esaustivo, riguardante la critica della modernità di Nietzsche.
A presto per tutte le novità.

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«Non sempre una buona lettura costituisce anche momento di riflessione; in questo caso, siamo di fronte ad un’occasione preziosa che coniuga le due esigenze. Attraverso un fluire di pensieri scorrevole e assai limpido, pagina dopo pagina si giunge, senza meno, alla netta percezione che certi contenuti non solo vadano conosciuti, ma anche decontestualizzati, estrapolati dall’alveo nel quale sono stati concepiti, e curvati sul momento storico che si vive, perché la filosofia in fondo è anche questa. La filosofia non ha tempo e non ha età. Va compresa, vissuta, va fatta propria.»

Dalla postfazione di Maria Antonella Rizzo

L’autore
Gianluca Conte è nato a Galugnano (Le) nel 1972, vive nel Salento, dove insegna Filosofia e Storia nei licei. Tiene conferenze, seminari e laboratori riguardanti la filosofia, la simbologia e l’arte. Ha pubblicato i saggi Il pensiero metacreativo. Nuovi percorsi della mente, Musicaos Editore, 2015; Carmelo Bene inorganico, Musicaos Editore, 2014 e altre opere di narrativa e poesia. Cura diversi blog, tra cui Linea Carsica, Cammini Filosofici, Alimede Poesia e Itinerari Metacreativi.

Info: http://www.catarticaedizioni.com/2018/10/nietzsche-contro-la-modernita-gianluca.html

NASCE “ALIMEDE”, PROGETTO CULTURALE INDIPENDENTE

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Alimede è un progetto culturale indipendente che si propone la diffusione della poesia, della filosofia, della narrazione, dell’arte, della spiritualità.

Si tratta di un contenitore/contenuto che ricerca la spontanea condivisione di persone, associazioni, librerie, enti, istituzioni.

Le linee ideatiche cui Alimede si ispira nascono dall’attenzione per il valore intrinseco delle opere e per il percorso umano e artistico degli autori.

Per informazioni:

alimedepoesia.wordpress.com

progettoalimede@gmail.com

https://www.facebook.com/alimedepoesia/?fref=ts

 

Filosofia, Poesia e Vero

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L’oggetto della ricerca filosofica è il Vero. Esistono argomentazioni filosofiche in risposta ai numerosi interrogativi che l’essere umano, in quanto pensante e senziente, si pone costantemente: “Com’è costituito l’universo? Siamo le uniche creature viventi oppure vi sono altre forme di vita? L’universo è un Cosmos ordinato e in continua evoluzione o un Chaos primitivo e nemico? Il nostro Esserci ha un senso oppure è il risultato di una originaria casualità?”. Queste sono soltanto alcune delle arcinote domande che accompagnano l’uomo fin dalle origini del pensiero filosofico. L’“amore della sapienza”, da cui scaturiscono l’impegno e la dedizione dei tanti adepti al supremo legame tra philêin e sophía, ha originato, nel corso dei secoli, a partire dai primi “fisici” fino ai nostri giorni, una costante forma di inadeguatezza, di inattualità del filosofo rispetto al tempo e allo spazio del suo vissuto individuale e sociale; cosa, tra l’altro, sorprendentemente ripresa da Nietzsche in un’epoca che egli riteneva governata dalla décadence del modello di pensiero e dell’uomo europeo. D’altronde, un pensatore unico come Pitagora si definì “amante del sapere” e non “sapiente”, attributo, quest’ultimo, che spettava soltanto agli dei, esseri immortali e onniscienti. Esisteva dunque, in germe, l’idea che il raggiungimento del Vero, inteso come infallibilità della conoscenza, fosse inarrivabile e che l’unica cosa certa, come Socrate si preoccupò di rilevare, fosse il “saper di non sapere” che caratterizzava la condizione umana e che pur costituiva una forma di sapienza e, in alcuni casi, di saggezza. Ma superando le facili suggestioni socratiche, che peraltro, è bene ricordarlo, seguivano la strada del bíos, del modo di vivere dell’uomo come forma di indagine e perseguimento dei valori etici ed estetici dell’esistenza, il pensiero filosofico si è spinto verso una volontà di superamento della riduzione della ricerca del Vero entro i limiti del mondo finito/fisico. Così, tà metà tà phisiká (al di là dell’accidentalità della nascita dell’espressione) si ponevano le basi per l’edificazione del Soggetto come elemento centrale del Cosmos, un universo ordinato secondo leggi da scoprire ed eventualmente assoggettare (F. Bacon). Stiamo parlando, dunque, di metafisica, della “filosofia prima” che ha come oggetto di studio “l’essere in quanto essere” e, peculiarmente, gli enti situati al di là del mondo sensibile, che mancano di materia. Il Soggetto, dunque, dovrebbe cercare di appropriarsi della cultura e del sapere, o almeno di alcune parti minute dello scibile, dimenticando il proprio limite maggiore, ovvero il fatto di essere “finito”; in altri termini, confinando nell’oblio ciò che Heidegger aveva individuato con la Geworfenheit, l’“essere gettato”. Identificare la certezza della coscienza con la verità, dunque, equivale ad oltraggiare il vezzo nietzschiano che aveva voluto contrassegnare la prima come “la voce del gregge in noi”. Tuttavia, se il soggetto filosofico che intraprende il cammino della ricerca del Vero servendosi della ragione corre il rischio di divenire sub-jectum, ovvero un elemento del Cosmos “assoggettato” ad alcuni ineliminabili problemi della conoscenza, il soggetto poetico possiede il Vero “per intuizione”, nell’immediatezza di una conoscenza che non necessita di alcun medium, se non dell’universo/multiverso mente-corpo del poeta. Filosofia e Poesia intersecano il Vero, a volte divergendo profondamente, a volte incrociando i rispettivi sentieri. Se Omero, Esiodo, Apuleio, Ovidio, Dante, Rilke («È un dei nostri? No, dai due regni / dilatò ampia la sua natura. / Più esperto inarchi i rami del salice / chi le radici ne ha conosciute» Sonetti ad Orfeo, I.6), Yeats, Calderón de la Barca, Blake, Campana, Borges – solo per fare qualche esempio – hanno indubbiamente superato il confine dell’umana finitezza, giungendo a toccare non solo altre dimensioni spazio-temporali ma anche nuove forme di gnosi poetica, non possiamo che ammettere la possibilità reale, concreta, della Poesia di riuscire dove la pratica della ragione ha fallito: giungere al Vero per analogia di essenti, per empatica osmosi di sostanza, attributo e accidente, accogliendo il prelogico (che non significa eliminare il Logos ma intuirlo, modificandone la portata conoscitiva), mettendo alla porta significante e significato, operando un’azione di pura Poiesis, di estatica manualità del verso. Il Poeta è, al pari dell’asceta e del mistico, un “filosofo del sovrasensibile”, capace sia di eludere la sorveglianza del materialismo di matrice ontologica e spingersi verso trasfigurazioni deittiche che incontrano la metacreatività del verbum, sia di codificare proto-poeticamente l’“armonia dei contrari” tematizzata da Eraclito, e ripresa in seguito dai pitagorici. Il Fuoco/Logos della Poesia e il panta rhei eracliteo si attraversano nelle complesse strutturazioni dell’ente-uomo e dell’ente-parola, componendo una miriade di reticolati poietici che tratteggiano l’armonia del Cosmos o il disordine del Chaos. La vita contemplativa suggerita dai pitagorici, che conduce al grado supremo di conoscenza, è la via della contemplazione della verità e, nel caso del sentire e della ricerca poetici, della considerazione del profondo rapporto verbum-veritas, nonché della relazione tra uomo e verità. Tuttavia, la parola è verità soltanto in rapporto con l’Essere, così come sembra suggerire Heidegger, insistendo sul senso originario del termine greco alētheia, ovvero “non-nascondimento”: essa si rivela nella manifestazione dell’Essere. Infine, l’identità della parola con l’autentica rivelazione dell’Essere, attraverso il verso poetico, rappresenta il congiungimento di un numero indefinito e incommensurabile di enti-parole-essenti, di cui l’uomo sembra essere l’estensione-intensione universale.

Gianluca Conte

In primavera nuovi itinerari metacreativi

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Care amiche, cari amici, dopo un lungo periodo di assenza dalla Rete (ma non dagli itinerari della mente e dello spirito) è giunto il momento di fare almeno un brevissimo accenno alle emozionanti esperienze che abbiamo vissuto dallo scorso autunno ad oggi. Si è trattato di vere e proprie immersioni nell’anima dei luoghi e delle antiche conoscenze delle terre che abbiamo incontrato, alla riscoperta di quelle dimensioni micro e macrocosmiche che arricchiscono non solo i nostri sensi ma anche la parte più profonda dell’essere umano. Incontri, laboratori, seminari, percorsi metacreativi, filosofici e spirituali sono stati vissuti in maniera diversificata, ora presso un particolare luogo, ora in modo itinerante, assecondando una filosofia che rispecchia appieno il motivo del cammino, della via da percorrere, anzi delle vie, al plurale, perché non ci siamo accontentati di un unico percorso, ma abbiamo voluto sentire e vivere la molteplicità delle tante strade che, in quanto esseri viventi e parti di un tutto universale, abbiamo la possibilità di scoprire e percorrere.
Presto, per essere più precisi in aprile, ripartiremo con nuovi percorsi della mente e con nuovi itinerari metacreativi, in modo particolare stiamo preparando dei cammini (incontri, seminari, percorsi, ritiri) riguardanti la simbologia, la filosofia del profondo, la metacreatività come alternativa ad un vissuto monocromo e privo di stimoli, la meta-poesia e la meta-narrazione come momenti di conoscenza del Sé e dell’Altro, la meta-archeologia come ritrovo delle origini perdute dell’individuo e come cammino attraverso la conoscenza dei secoli, incontrando direttamente luoghi preistorici e storici, e vivendoli in prima persona. Inizieremo insieme questi nuovi percorsi, continuando a condividere esperienze ad un tempo di profondità e leggerezza, che non vuol dire superficialità ma riscoperta del nostro universo con tranquillità, dolcezza e spiritualità. Chiunque fosse interessato può chiedere informazioni scrivendo a itinerarimetacreativi@gmail.com

Il niente indivisibile e la circolarità del tempo

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Care amiche, cari amici, dalle pagine di Itinerari Metacreativi, un mio pensiero per chiudere la settimana nel segno del rinnovamento e della serenità interiore. Buona lettura e buon itinerario.

Il niente indivisibile. È a lui che apparteniamo – disse un vecchio provato dalla vita e senza più desideri.
L’anziano uomo argomentava di falsi miti e false credenze, a cui tutti, prima o poi, finiamo per credere.
Crediamo perché ci manca qualcosa – continuò.
Lo osservavo discorrere del niente, di questa dimensione così vicina e così lontana.
Dopo il tempo del sole viene sempre il tempo del crepuscolo. È quell’indecifrabile momento in cui la luce non è più luce e il buio non è ancora buio. Una penombra nella quale prendono forma i nostri pensieri più reconditi. È l’arcano che si mostra appena, nel chiarore fioco del tardo meriggio, nel dilatato attimo in cui le ombre sono lunghe e sembrano diventare smisurate, quasi scomparire al di là di un albero, di un muro, di uno specchio d’acqua.

Io penso al tempo come a un infinito cerchio, un eterno ritorno delle possibilità. Non credo al ritorno dell’uguale, come dai Greci ad oggi in molti farfugliano. Il ritorno del tempo e dello spazio è un continuo rinnovamento, di noi stessi, degli altri, del mondo che ci circonda.
Il mio tempo non è una linea retta interminabile, la cui origine e la cui fine sono sconosciute. Nel tempo lineare, un’occasione persa equivale a una piccola morte. È morto l’attimo, è fuggito via. Il secolare carpe diem che da Orazio ci molesta. Ecco, io dico che nel tempo circolare non si perde l’occasione una volta e per sempre. L’occasione si ripresenta più e più volte, diversa, mai uguale, e proprio per questo meravigliosamente bella.

G.C.

La spirale e la primitiva circolarità delle cose

spirale

La figura della spirale racchiude i caratteri della ciclicità, della circolarità, e queste a loro volta hanno valenze arcane e magiche. Già ai tempi delle divinità agresti, come ad esempio quella del grano come Demetra, o quella della vite come, Dioniso, l’azione ciclica, vista come azione benefica, era connessa all’avvicendamento delle stagioni e quindi al ciclo di morte e rinascita. È facile scorgere delle risonanze orfico-misteriche in queste forme simboliche. Ma la ciclicità, in epoche remote, era raffigurata anche attraverso l’Uroboro, un simbolo antichissimo che rappresentava un serpente che si morde la coda, ricreandosi continuamente e formando così un cerchio. È un simbolo associato all’alchimia, allo Gnosticismo e all’Ermetismo. Rappresenta la natura ciclica delle cose, nonché la teoria dell’eterno ritorno, ma anche di tutto ciò che è pensabile attraverso un ciclo che, quando raggiunge la fine, ricomincia dall’inizio. Con buona probabilità il simbolo ha avuto anche valenze astrali, sembra ispirandosi alla forma della Via Lattea, infatti quest’ultima, in alcuni testi antichi, era considerata un enorme serpente di luce che abitava il cielo e circondava tutta la terra.

G.C.

Itinerari metacreativi e antiche culture del territorio.

Salento

Spesso, nel corso dei nostri incontri, ritiri, seminari, laboratori, siamo andati incontro alla domanda, se il percorso che ci siamo proposti di intraprendere sia o meno connesso al territorio. Ebbene, pur non accogliendo forme di campanilismo e/o provincialismo, la nostra ricerca vuole percorrere il mondo, per molti versi sconosciuto, dei significanti e dei significati legati alla primordialità dell’espressione della psiché e del pneuma, così pure dell’ars, di cui si ritrovano presenze nel Salento ancestrale, ricco di rituali e rappresentazioni archetipiche, e in cui è possibile tracciare itinerari attraverso siti megalitici e luoghi di culto che, partendo dalla storia remota, sfociano nel retro-cultura intimo – e alle volte inquietante – di questa «Terra di mezzo». È, dunque, una risposta affermativa, a patto che tutto ciò sia inteso secondo una lettura scevra da accostamenti tradizional-popolari che tenderebbero a far ricadere su alcuni termini (pensiamo, ad esempio, alla magia, alle arti astrologiche e alchemiche) un significato banalizzante. Fatto salvo un punto di contatto che definiremo di natura atavica, primitiva, ovvero quel punto di partenza da cui ha avuto origine l’interesse generale per la conoscenza, per l’arte e la creatività, si dovrà tenere presente, come dato per noi inequivocabile, che per i nostri itinerari le conoscenze – anche quelle all’apparenza più lontane dal quotidiano – sono da considerare in senso filosofico, artistico, poetico. Naturalmente, il tentativo di “filosofizzare” tali pratiche non deve essere inteso come un momento totalizzante e cattedratico, bensì aggregante e partecipativo. È nella condivisione, infatti, che crediamo sia il sale del vero benessere interiore.

R.I.m.

Il filo e l’aquilone

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Care amiche, cari amici, oggi, dal blog di Itinerari Metacreativi, voglio rivolgervi un piccolo pensiero, ma speciale e intimo, sperando che vogliate gradirlo.

È quell’eterna sensazione di poter toccare il cielo, d’essere così vicini a sfiorarlo, a leggerne i colori e sentirne la soffice consistenza. Sì, è quella gioia immensa e bambina, legata all’aquilone, al filo, all’illogico e al traverso, alle strocche mai passate, che volano e s’incontrano là dove plana l’aereo di balsa e non accenna a scender giù. Ecco, la dolcezza, che si scorda con l’età, nutre ciò che abbiamo dentro, quei lunghi sogni legati alle lucine, ai festoni, ai palloncini che salgono, salgono e non ritornano, se non cangiati in timide allegorie di segni e di parole, vivono e prosperano in noi. In tutti noi. Conserviamoli vicino al cuore.

G.C.

Il senso di un itinerario metacreativo

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Più volte, nel corso di ritiri, incontri, seminari, laboratori, è sorta spontanea la domanda sul senso vero, profondo, ultimo di un itinerario metacreativo. Ebbene, rispondere a questo interrogativo è, ad un tempo, operazione semplice e complessa. Quello che possiamo dire, in tutta sincerità, è che il nostro lavoro è il risultato di una ricerca che si propone di accostarsi a un pensiero che prenda in considerazione le filosofie, le rappresentazioni ideatiche, i simboli, la creatività, l’arte; in altri termini tutto ciò che rappresenta non solo la sfera interiore dell’uomo ma anche il suo “lato esterno”. Si tratta di elementi in simbiosi con visioni ataviche; figurazioni e conoscenze di matrice intuitiva e prelogica presenti fin dai tempi più remoti. Questi lineamenti ideatici si incrociano a forme d’arte letteraria, poetica e visiva e con correnti filosofiche e spirituali. Per quanto possibile, è stato nostro impegno rendere evidente il livello della ricerca, cercando di evitare carichi tecnicistici, pur conservando una profondità di approccio e di studio; né sono state trascurate le invenzioni orali e/o letterarie, come molte fonti non ancora ufficialmente confermate: si pensi in particolare all’agiografia, alla fiabistica, alle leggende; fonti che rimangono non prive di zone oscure e, di conseguenza, non totalmente verificabili per la loro intrinseca natura. Tuttavia, al di là dei connaturati limiti, il valore profondo dello studio e il fine ultimo dei nostri itinerari metacreativi risiedono soprattutto nel prendere in considerazione punti di vista nuovi e trasversali, sia rispetto ai tradizionali percorsi d’accostamento alle linee culturali di determinati luoghi fisici e meta-fisici, sia rispetto agli sviluppi che queste nuove angolature possono apportare alla ricerca generale e individuale. Intraprendere un itinerario metacreativo vuol dire soprattutto andare oltre la creatività e il pensiero creativo tradizionali, cercando nuove vie, nuovi luoghi, nuove esperienze.

G.C.

“I concetti fondamentali della filosofia antica” di Martin Heidegger (Adelphi)

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Care amiche, cari amici, come preannunciato qualche giorno fa, rieccoci dopo i giorni itineranti di agosto, che ci hanno visti impegnati in attività, ritiri, eventi. Vogliamo ritornare con l’invito alla lettura di un’opera davvero interessante, che ci porterà a riscoprire, attraverso il pensiero e la scrittura di un grande filosofo, alcuni frangenti irrinunciabili del pensiero antico. Buona lettura e buon itinerario.

Sinossi. Il pensiero greco è l’alpha e l’omega della filosofia. Forte di questa convinzione – da lui tradotta nella sentenza «la filosofia nasce grande» –, Heidegger ha caparbiamente cercato di mostrare come i concetti fondamentali coniati dai Greci abbiano segnato il destino della civiltà occidentale. Nel corso degli anni egli è perciò tornato di continuo a misurarsi con i pensatori degli inizi, al punto da voler «pensare in modo più greco dei Greci». Questo volume – che comprende il corso universitario tenuto a Marburgo nel semestre estivo 1926 – è la più completa presentazione della filosofia antica che Heidegger ci abbia lasciato: egli vi illustra lo sviluppo del pensiero dai presocratici ad Aristotele, seguendo il filo conduttore dei testi originali e obbedendo insieme all’esigenza di guidare anche il profano alla comprensione di quei vertici speculativi. Sul modello del libro A della Metafisica di Aristotele, la prima storia della filosofia a noi nota, Heidegger delinea un quadro magistrale della filosofia greca, folto di tutti i suoi principali esponenti: la prima parte è dedicata all’interpretazione di Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Parmenide e gli eleati, Empedocle, Anassagora, gli atomisti, la sofistica e Socrate; la seconda a Platone, e la terza, la più ampia, ad Aristotele, dopo il quale avrebbe inizio la decadenza. Il risultato è un appassionante itinerario attraverso il pensiero greco.

R.I.m.