“Il concetto di tempo” di Martin Heidegger (Adelphi)

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Care amiche, cari amici, in attesa dei nuovi incontri primaverili, vi proponiamo la lettura di questo breve libro, in cui Heidegger si confronta con il tempo, una dimensione affascinante e, per certi versi, misteriosa. Buona lettura e buon itinerario.

Sinossi. Tra i grandi della filosofia del Novecento Heidegger è stato probabilmente colui che con maggiore insistenza ci ha invitato a riflettere sul tempo, questa entità ovvia ed enigmatica insieme. Nel breve, denso testo qui presentato, che risale al 1924 ma che apparve postumo nel 1989, egli analizza il fenomeno del tempo riconducendolo all’esistenza umana, nella sua finitudine e nel carattere transeunte che per essenza la costituisce. Ha qui origine la problematica di Essere e tempo, il libro del 1927 che rese celebre il suo giovane autore. E noi abbiamo la possibilità di osservare il formarsi dell’originale terminologia heideggeriana e lo svilupparsi dell’intuizione che condurrà all’«ermeneutica della fatticità» o «analitica dell’esistenza», la cui tesi fondamentale è questa: la temporalità è l’essenza stessa della vita umana. Meglio che attraverso prolissi svolgimenti concettuali, tale intuizione può essere illustrata con una nota immagine di Borges: «Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco».

Filosofia, Poesia e Vero

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L’oggetto della ricerca filosofica è il Vero. Esistono argomentazioni filosofiche in risposta ai numerosi interrogativi che l’essere umano, in quanto pensante e senziente, si pone costantemente: “Com’è costituito l’universo? Siamo le uniche creature viventi oppure vi sono altre forme di vita? L’universo è un Cosmos ordinato e in continua evoluzione o un Chaos primitivo e nemico? Il nostro Esserci ha un senso oppure è il risultato di una originaria casualità?”. Queste sono soltanto alcune delle arcinote domande che accompagnano l’uomo fin dalle origini del pensiero filosofico. L’“amore della sapienza”, da cui scaturiscono l’impegno e la dedizione dei tanti adepti al supremo legame tra philêin e sophía, ha originato, nel corso dei secoli, a partire dai primi “fisici” fino ai nostri giorni, una costante forma di inadeguatezza, di inattualità del filosofo rispetto al tempo e allo spazio del suo vissuto individuale e sociale; cosa, tra l’altro, sorprendentemente ripresa da Nietzsche in un’epoca che egli riteneva governata dalla décadence del modello di pensiero e dell’uomo europeo. D’altronde, un pensatore unico come Pitagora si definì “amante del sapere” e non “sapiente”, attributo, quest’ultimo, che spettava soltanto agli dei, esseri immortali e onniscienti. Esisteva dunque, in germe, l’idea che il raggiungimento del Vero, inteso come infallibilità della conoscenza, fosse inarrivabile e che l’unica cosa certa, come Socrate si preoccupò di rilevare, fosse il “saper di non sapere” che caratterizzava la condizione umana e che pur costituiva una forma di sapienza e, in alcuni casi, di saggezza. Ma superando le facili suggestioni socratiche, che peraltro, è bene ricordarlo, seguivano la strada del bíos, del modo di vivere dell’uomo come forma di indagine e perseguimento dei valori etici ed estetici dell’esistenza, il pensiero filosofico si è spinto verso una volontà di superamento della riduzione della ricerca del Vero entro i limiti del mondo finito/fisico. Così, tà metà tà phisiká (al di là dell’accidentalità della nascita dell’espressione) si ponevano le basi per l’edificazione del Soggetto come elemento centrale del Cosmos, un universo ordinato secondo leggi da scoprire ed eventualmente assoggettare (F. Bacon). Stiamo parlando, dunque, di metafisica, della “filosofia prima” che ha come oggetto di studio “l’essere in quanto essere” e, peculiarmente, gli enti situati al di là del mondo sensibile, che mancano di materia. Il Soggetto, dunque, dovrebbe cercare di appropriarsi della cultura e del sapere, o almeno di alcune parti minute dello scibile, dimenticando il proprio limite maggiore, ovvero il fatto di essere “finito”; in altri termini, confinando nell’oblio ciò che Heidegger aveva individuato con la Geworfenheit, l’“essere gettato”. Identificare la certezza della coscienza con la verità, dunque, equivale ad oltraggiare il vezzo nietzschiano che aveva voluto contrassegnare la prima come “la voce del gregge in noi”. Tuttavia, se il soggetto filosofico che intraprende il cammino della ricerca del Vero servendosi della ragione corre il rischio di divenire sub-jectum, ovvero un elemento del Cosmos “assoggettato” ad alcuni ineliminabili problemi della conoscenza, il soggetto poetico possiede il Vero “per intuizione”, nell’immediatezza di una conoscenza che non necessita di alcun medium, se non dell’universo/multiverso mente-corpo del poeta. Filosofia e Poesia intersecano il Vero, a volte divergendo profondamente, a volte incrociando i rispettivi sentieri. Se Omero, Esiodo, Apuleio, Ovidio, Dante, Rilke («È un dei nostri? No, dai due regni / dilatò ampia la sua natura. / Più esperto inarchi i rami del salice / chi le radici ne ha conosciute» Sonetti ad Orfeo, I.6), Yeats, Calderón de la Barca, Blake, Campana, Borges – solo per fare qualche esempio – hanno indubbiamente superato il confine dell’umana finitezza, giungendo a toccare non solo altre dimensioni spazio-temporali ma anche nuove forme di gnosi poetica, non possiamo che ammettere la possibilità reale, concreta, della Poesia di riuscire dove la pratica della ragione ha fallito: giungere al Vero per analogia di essenti, per empatica osmosi di sostanza, attributo e accidente, accogliendo il prelogico (che non significa eliminare il Logos ma intuirlo, modificandone la portata conoscitiva), mettendo alla porta significante e significato, operando un’azione di pura Poiesis, di estatica manualità del verso. Il Poeta è, al pari dell’asceta e del mistico, un “filosofo del sovrasensibile”, capace sia di eludere la sorveglianza del materialismo di matrice ontologica e spingersi verso trasfigurazioni deittiche che incontrano la metacreatività del verbum, sia di codificare proto-poeticamente l’“armonia dei contrari” tematizzata da Eraclito, e ripresa in seguito dai pitagorici. Il Fuoco/Logos della Poesia e il panta rhei eracliteo si attraversano nelle complesse strutturazioni dell’ente-uomo e dell’ente-parola, componendo una miriade di reticolati poietici che tratteggiano l’armonia del Cosmos o il disordine del Chaos. La vita contemplativa suggerita dai pitagorici, che conduce al grado supremo di conoscenza, è la via della contemplazione della verità e, nel caso del sentire e della ricerca poetici, della considerazione del profondo rapporto verbum-veritas, nonché della relazione tra uomo e verità. Tuttavia, la parola è verità soltanto in rapporto con l’Essere, così come sembra suggerire Heidegger, insistendo sul senso originario del termine greco alētheia, ovvero “non-nascondimento”: essa si rivela nella manifestazione dell’Essere. Infine, l’identità della parola con l’autentica rivelazione dell’Essere, attraverso il verso poetico, rappresenta il congiungimento di un numero indefinito e incommensurabile di enti-parole-essenti, di cui l’uomo sembra essere l’estensione-intensione universale.

Gianluca Conte

“L’albero filosofico” di Carl Gustav Jung (Bollati Boringhieri)

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Care amiche, cari amici, vogliamo iniziare la settimana con l’invito alla lettura di un libro molto interessante di Carl Gustav Jung, ovvero L’albero filosofico. Si tratta di un’opera davvero profonda, che riporta l’uomo verso un pensiero primordiale e verso la riscoperta delle proprie radici ideative; un libro ricco di simboli e figure archetipiche. Buona lettura e buon itinerario.

Sinossi. L’albero o pianta miracolosa è una delle immagini archetipiche che ricorrono più di frequente nel folclore, nei miti e nelle fiabe, e in questo saggio Jung si propone di scandagliarne le molteplici valenze simboliche. Partendo dalla propria esperienza di terapeuta e dallo studio dell’alchimia medievale, il fondatore della psicologia analitica dimostra come dai prodotti spontanei dell’inconscio nell’uomo moderno affiori un archetipo che lascia riconoscere paralleli evidenti con la figura dell’albero in tutte le sue modificazioni storiche. Ai disegni spontanei dei pazienti, presentati nella prima parte del volume, fanno da contrappunto le dotte descrizioni dell’arbor philosophica degli alchimisti. Identica è la fisionomia simbolica che ne emerge: fonte di vita e di protezione, luogo della trasformazione e del rinnovamento, l’«albero» è di natura femminile e materna, è l’albero della saggezza e della conoscenza, simbolo della totalità del Sé.

R.I.m.

Il niente indivisibile e la circolarità del tempo

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Care amiche, cari amici, dalle pagine di Itinerari Metacreativi, un mio pensiero per chiudere la settimana nel segno del rinnovamento e della serenità interiore. Buona lettura e buon itinerario.

Il niente indivisibile. È a lui che apparteniamo – disse un vecchio provato dalla vita e senza più desideri.
L’anziano uomo argomentava di falsi miti e false credenze, a cui tutti, prima o poi, finiamo per credere.
Crediamo perché ci manca qualcosa – continuò.
Lo osservavo discorrere del niente, di questa dimensione così vicina e così lontana.
Dopo il tempo del sole viene sempre il tempo del crepuscolo. È quell’indecifrabile momento in cui la luce non è più luce e il buio non è ancora buio. Una penombra nella quale prendono forma i nostri pensieri più reconditi. È l’arcano che si mostra appena, nel chiarore fioco del tardo meriggio, nel dilatato attimo in cui le ombre sono lunghe e sembrano diventare smisurate, quasi scomparire al di là di un albero, di un muro, di uno specchio d’acqua.

Io penso al tempo come a un infinito cerchio, un eterno ritorno delle possibilità. Non credo al ritorno dell’uguale, come dai Greci ad oggi in molti farfugliano. Il ritorno del tempo e dello spazio è un continuo rinnovamento, di noi stessi, degli altri, del mondo che ci circonda.
Il mio tempo non è una linea retta interminabile, la cui origine e la cui fine sono sconosciute. Nel tempo lineare, un’occasione persa equivale a una piccola morte. È morto l’attimo, è fuggito via. Il secolare carpe diem che da Orazio ci molesta. Ecco, io dico che nel tempo circolare non si perde l’occasione una volta e per sempre. L’occasione si ripresenta più e più volte, diversa, mai uguale, e proprio per questo meravigliosamente bella.

G.C.

“Psicomagia. Una terapia panica” di Alejandro Jodorowsky (Feltrinelli)

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Care amiche, cari amici, anche oggi vogliamo invitarvi alla lettura. Lo facciamo con Psicomagia. Una terapia panica di Alejandro Jodorowsky, un libro divenuto ormai celebre, ma che ancora in molti non conoscono. Alla sua uscita suscitò pareri contrastanti; una cosa però sembrò chiara a tutti fin sa subito: aveva una straordinaria capacità di attirare il lettore e di portarlo in un universo fatto di interiorità e azione. Un’opera che fa riscoprire il nostro lato nascosto, quello creativo, primitivo. Un libro che ci apre mondi attraverso il nostro spazio e il nostro tempo e ci propone di “lavorare” su noi stessi. Buona lettura e buon itinerario.

In breve. Come invertire la rotta delle nostre paure, sciogliere i nodi del malessere, sfondare i muri dell’incubo? Agendo, risponde Alejandro Jodorowsky. Compiendo un atto paradossale che scuota l’immobilità patologica di cui siamo prigionieri. Un atto dettato dalla voce dell’inconscio e tradotto nella surreale poesia di una quotidianità trasgressiva e onirica. Jodorowsky ascolta, interroga, esplora il labirinto emotivo dei suoi interlocutori e pazienti. Senza interpretare. Senza forzare i significati. Come un regista abituato alle meraviglie e allo stupore del teatro, raccoglie dai gesti sospesi quello che può riavviare l’azione, riaccendere le luci della scena. Prese le distanze dalla sicumera scientifica della psicanalisi, Jodorowsky propone il semplice abbandono all'”atto psicomagico”, la confidenza tra la profondità dell’esperienza e la complice, quasi omeopatica, adesione alle forme del proprio male. Guarire è, in questa “terapia panica”, una parola stonata. Imparare a essere felici, no.

R.I.m.

“Elogio della lettura e della finzione” di Mario Vargas Llosa (Einaudi)

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Care amiche, cari amici, oggi vogliamo proporvi alcuni brevi passi tratti dal libro Elogio della lettura e della finzione di Mario Vargas Llosa (Einaudi). Si tratta di un’opera dall’altro valore culturale e immaginifico, in cui si mette in risalto l’essensialità di ciò che spesso consideriamo superfluo o addirittura inutile. Vi invitiamo, ovviamente, a leggere il libro per intero, ma nel frattempo godetevi un assaggio di questo straordinario lavoro. Buona lettura e buon itinerario.

“[…] Saremmo peggiori di quello che siamo senza i buoni libri che abbiamo letto, più conformisti, meno inquieti e ribelli, e lo spirito critico, motore del progresso, non credo esisterebbe.
Così come scrivere, leggere è protestare contro le ingiustizie della vita. Chi cerca nella finzione ciò che non ha, dice, senza la necessità di farlo, e senza neppure saperlo, che la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto, fondamento della condizione umana, e che dovrebbe essere migliore. Inventiamo storie per poter vivere in qualche modo le molte vite che vorremmo avere quando invece ne abbiamo a disposizione una sola.
Senza la finzione saremmo meno coscienti dell’importanza della libertà affinché la vita sia più vivibile dell’inferno in cui invece si converte quando viene oppressa da un tiranno, da un’ideologia o da una religione. Chi dubita che la letteratura, oltre a donarci il sogno della bellezza e della felicità, ci mette in guardia contro ogni forma di oppressione, si domandi perché tutti i regimi impegnati a tenere sotto controllo il comportamento dei loro cittadini dalla culla alla tomba la temono a tal punto da organizzare sistemi di censura […]
[…] La buona letteratura tende ponti tra persone diverse e, dandoci piacere, facendoci soffrire o sorprendendoci, ci unisce al di là delle lingue, del credo, degli usi, dei costumi e dei pregiudizi che invece ci separano. Quando la grande balena bianca affonda in mare il capitano Achab, il cuore dei lettori freme tanto a Tokyo, quanto a Lima o a Timbuctù”.

R.I.m.

La barca tra materia e spirito

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La barca e, in senso lato, l’imbarcazione, ha da tempi immemorabili rappresentato un medium, un mezzo attraverso il quale erano possibili spostamenti, viaggi, migrazioni.
Il fatto che questi moti potessero avvenire sulle superfici acquatiche – mari, fiumi, laghi – rendeva la barca preziosa e, a tratti, mitica, in quanto donava nuove opportunità di conoscenza. Essa è stata costruita, nel corso dei secoli, con i più disparati materiali, tra i quali il più usato è stato sicuramente il legno. La barca, tuttavia, non è da intendersi come semplice strumento di viaggio reale, fisico, ma anche di attraversamento psico-onirico, di mezzo che aiutava lo psicopompo a trasportare le anime (in specie quelle dei defunti) da un luogo a un altro. Celeberrima l’imbarcazione di Caronte, creata da Virgilio e ripresa poi da Dante nel canto III dell’Inferno: «Ed ecco verso noi venir per nave / un vecchio, bianco per antico pelo, / gridando: “Guai a voi, anime prave! […]». Nel caso dei poemi antichi, quello virgiliano prima e quello dantesco poi, si rimane però ancorati ad una finzione realistica, potremmo dire reificatrice. Ma vi è un’altra barca, quella di carta, che è immaginifica e legata alla fase archetipica dell’infante, dunque non ancorata a gravami materialistici.
I bambini, che prima di essere “educati” all’utilitarismo e al materialismo sono esseri autentici, sanno che sono proprio le cose più fragili a resistere di più. Ecco perché la barca che serve a traghettare i sogni deve essere di carta. Perché il mare, il fiume e il lago che si trovano a cavallo dell’orizzonte non sono d’acqua pesante, ma leggera come l’aria. Su quell’acqua onirica, la barca di carta può navigare sicura, senza timore di subire infiltrazioni. Il vento che la spingerà non sarà inclemente, ma tenue soffio. Lieve ma costante, tale vento accompagnerà i passeggeri della barca verso una fantastica avventura. È questo un viaggio dal carattere iniziatico, e tuttavia può essere inteso come essoterico, aperto a chi voglia sinceramente partire e salire su quella barca guidata dall’immaginazione. Un viaggio delicato, mosso da venti amici, che portano con sé fiori di loto e freschi profumi, nonché figurazioni ideatiche versicolori.

G.C.

“Il pensiero cinese” di Marcel Granet (Adelphi)

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Care amiche, cari amici, vogliamo iniaziare questa settimana con l’invito alla lettura di un’opera, a nostro parere imprescindibile, per chiunque voglia allargare i propri orizzonti di pensiero; si tratta de Il pensiero cinese di Marcel Granet, un libro capace di uscire fuori dagli schemi tradizionali in cui si vuole rinchiudere la Cina e le sue emanazioni.
Buona lettura e buon itinerario.

Sinossi. Opera capitale e innovatrice, sia per la sostanza sia per il metodo, Il pensiero cinese è il libro della piena maturità di Marcel Granet, dove vengono a confluire e ad amplificarsi i risultati delle sue geniali ricerche. Il lettore non vi troverà soltanto una storia del pensiero cinese, ordinata per date e autori: ben più ambizioso è il compito che Granet si è scelto. Con questo libro – si può ben dire per la prima volta – un sinologo ha provato, con straordinaria felicità, a ricostruire una per una le categorie in cui il pensiero cinese si è manifestato, superando così, audacemente, il limite più grave che incontriamo anche nelle più attendibili storie della filosofia cinese, per esempio in quella di Forke: e cioè di essere pur sempre una sorta di ritraduzioni del pensiero cinese nel linguaggio filosofico che ci è familiare dalla nostra tradizione. Non solo: applicando con conseguente radicalismo la teoria sociologica della scuola di Durkheim, e soprattutto le formulazioni di Marcel Mauss, Granet non ha ritenuto possibile di dar conto del pensiero cinese senza seguirlo in atto nei più minuti e oscuri aspetti della vita sociale e dell’etichetta, nei presupposti cosmologici e mitologici, e infine nei tanti travestimenti in cui la infida storia cinese ha fatto ricomparire per secoli sempre la stessa serie di princìpi fondamentali. Una rete speculativa immensa si tesse in questo libro, dove le vite dei grandi pensatori, spesso così elusive e sottratte a ogni certezza, si intrecciano con i particolari di un rito, con una antica metafora, con la figurazione di una danza arcaica; dove la musica occupa altrettanto spazio della morale, e anzi spesso vediamo l’una illustrare l’altra; dove alla teoria dei numeri è dedicata una memorabile analisi che forma da sola quasi un libro a parte, analisi che rivela per la prima volta la fisionomia della sottilissima numerologia cinese, scienza qualitativa più che quantitativa, antitetica alla nostra matematica; dove, infine, Lao tseu e Confucio, i due più famosi pensatori della Cina, vengono presentati non tanto come capiscuola di opposte dottrine filosofiche, quanto come due costanti nella fenomenologia del pensiero cinese, sicché la loro opera ci appare, più che come l’irripetibile costruzione di un singolo, come una sorta di ricettacolo dove il fondo stesso del pensiero cinese arcaico si è raccolto e si è dato due forme complementari. Questo libro è valso anche a dimostrare come, più che in ogni altra delle grandi civiltà, in quella cinese i diversi piani, filosofico, religioso e sociale, fossero, in origine, pressoché indistinguibili: Granet è riuscito a darci della Cina arcaica una immagine totale.
Uscita nel 1934, e accolta dal silenzio delle riviste specializzate, quest’opera fu così giudicata qualche anno dopo da un altro grande sinologo, J.J.L. Duyvendak: «Si possono senz’altro rimproverare a questo libro certe stravaganze, ma esso appartiene in ogni caso a quanto di più splendido sia stato scritto sul pensiero cinese». In anni più recenti, Joseph Needham, la massima autorità fra i sinologi viventi, ha definito il libro di Granet «a suo modo un’opera di genio». Oggi Il pensiero cinese è universalmente ritenuto come un’opera classica: ma si tratta di un classico ancora in buona parte da scoprire, carico di suggerimenti, suggestioni e ipotesi sorprendenti.

La spirale e la primitiva circolarità delle cose

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La figura della spirale racchiude i caratteri della ciclicità, della circolarità, e queste a loro volta hanno valenze arcane e magiche. Già ai tempi delle divinità agresti, come ad esempio quella del grano come Demetra, o quella della vite come, Dioniso, l’azione ciclica, vista come azione benefica, era connessa all’avvicendamento delle stagioni e quindi al ciclo di morte e rinascita. È facile scorgere delle risonanze orfico-misteriche in queste forme simboliche. Ma la ciclicità, in epoche remote, era raffigurata anche attraverso l’Uroboro, un simbolo antichissimo che rappresentava un serpente che si morde la coda, ricreandosi continuamente e formando così un cerchio. È un simbolo associato all’alchimia, allo Gnosticismo e all’Ermetismo. Rappresenta la natura ciclica delle cose, nonché la teoria dell’eterno ritorno, ma anche di tutto ciò che è pensabile attraverso un ciclo che, quando raggiunge la fine, ricomincia dall’inizio. Con buona probabilità il simbolo ha avuto anche valenze astrali, sembra ispirandosi alla forma della Via Lattea, infatti quest’ultima, in alcuni testi antichi, era considerata un enorme serpente di luce che abitava il cielo e circondava tutta la terra.

G.C.

Porto Imago. Un racconto di mare e d’amicizia

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L’alba dipingeva Porto Imago di bellissimi colori, i toni del mare si confondevano con quelli del cielo, e chiunque si fermava ad ammirare quella favola di tinte cangianti diventava un tutt’uno con l’armonia dell’universo. Questa tela variopinta piaceva tanto al vecchio Pietro, che ogni mattina, dopo aver bevuto il suo bicchierone d’orzo e caffè, andava a sedersi sul molo per godersi quello spettacolo meraviglioso. Pietro era in buona compagnia. Un gatto nero, chiamato Punto, con qualche macchia bianca, di cui una sull’occhio sinistro; un cane bassotto, che spesso scappava di casa e che tutti conoscevano come Totò, e tanti, tanti gabbiani. Più di tutti al vecchio Pietro piacevano questi magnifici uccelli, che volteggiavano nell’aria, come a descrivere chissà quali disegni sconosciuti. Alle volte il vecchio rimaneva fermo per ore ad ammirarli, a sentirli emettere quegli strani versi, incomprensibili eppure affascinanti. Degli animali del porto, i gabbiani erano gli unici con cui Pietro non aveva mai parlato. Già, perché con il gatto Punto e il cane Totò, egli aveva stretto un’amicizia talmente forte da poterci parlare, così che lui capiva loro e loro capivano lui.

G.C.